
Questo post nasce per scherzare sulle cose che spesso mi vengono dette perché non amo stare ai fornelli, e non ha alcun intento polemico verso chi è un mago delle pietanze (anche perché sono figlia di un’artista in cucina, il 90% dei miei amici cucina da dio e mio suocero adora sperimentare ai fornelli), ma è una frecciata ai “gastrosboroni” dell’ultim’ora. Per gastrosborone intendo gli hipster della cucina, coloro che si sono fatti fare il lavaggio del cervello da programmi come Master Chef e mettono alla gogna con impeto poser coloro a cui, di cucinare, non gliene frega una bega, proprio come me :P. Pronti? Cominciamo!
Con questo post mi avvicino sempre di più alla conclusione delle cronache giapponesi (sigh) descrivendovi la nostra visita alla città di Nara, prima capitale stabile del Giappone con ben otto siti dichiarati patrimonio dell’UNESCO.
…Avessero la barba? Fossero dei sassi? Fossero degli uomini? Avessero proporzioni reali? Avessero i peli? Fossero dei pony? Non si fossero pettinate? Avessero la cellulite? E se…
Ed eccomi qua a parlarvi del perché ho avuto l’ispirazione per lo scorso articolo riguardante il futurismo.
Ispirata da uno spettacolo visto di recente e di cui prossimamente vi parlerò e poiché da sempre convinta della funzione educativa di alcune graphic novel, vi propongo questa mia analisi/riflessione riguardo alla graphic novel “Caffeina d’Europa” di Pablo Echaurren, che vi consiglio caldamente di leggere, soprattutto se il futurismo è un periodo storico che vi affascina o semplicemente vi incuriosisce vederne un’interpretazione che va al di là dei libri di storia.

Chiara Ceddia - Dal Monstrum al Mythos: Percorsi eziologici del mito tra teratologia e dismorfologia