Miei cari amatissimi quattro gatti che mi leggete, come ho scritto qualche giorno fa (nota: “qualche giorno fa” per me è un’unità di misura temporale che può indicare ieri o cinque settimane fa) sono una caccona di blogger poiché, anziché farvi gli auguri con uno speciale natalizio infarcito di tutorial, scenette e vlog/cronache di cenoni e regali, me ne sono rimasta egoisticamente in panciolle a godermi il cibo e le feste senza anteporre alla mia trasformazione in Jabba The Hutt la sua condivisione sui social (no aspettate: Instagram conta? Ehm…): shame on me! Sono proprio una niubba (cioè non mi sono fatta neanche un selfie strappone! Io ADORO farmi i selfie strapponi!).

In questo post torno a parlare del Giappone e della bellissima città di Osaka, città vicina a Kyoto ma totalmente diversa da essa. Se Kyoto infatti è rappresentante della parte più tradizionale del Giappone, Osaka è al contrario una metropoli frenetica e colorata, movimentatissima ma in un certo senso meno surreale di Tokyo e più vicina in un certo senso a centri come Milano.
Vorrei scrivere più attivamente in questo periodo, e al tempo stesso vorrei sbrigare commissioni quali regali di Natale, portare a termine scadenze lavorative e non e prestare più tempo alla scrittura, ma sono presa dalla sindrome da crocerossina forzata badando ad agrodolce metà che ha l’influenza e, come tutti gli uomini che hanno l’influenza, pensa di morire in preda ai deliri e ha bisogno di qualcuno che gli porga l’estrema unzione accanto al suo capezzale.
Si avvicina Natale, si avvicinano le vacanze si avvicinano anche le maratone di film natalizi che che accompagnano i nostri pomeriggi ingolfati da cioccolata e pandori. Complici le reti televisive che trasmettono in loop le stesse pellicole durante lo stesso periodo dell’anno, colpevoli i film fatti al cinema in veste di cinepanettoni o cinepandori (preferibilmente non quelli di


Chiara Ceddia - Dal Monstrum al Mythos: Percorsi eziologici del mito tra teratologia e dismorfologia